Mio padre Isauro Calvi nacque a Sant’Antonio di Medicina, nella bassa emiliana, e visse a Bologna. Mia madre Mafalda Dalfiume nacque a Castel San Pietro dell’Emilia, che oggi si chiama Castel San Pietro Terme. Qui sono nato anche io, una domenica del settembre del 1965, mentre fuori c’era ancora l’eco della festa più importante del paese. La Festa della braciola. L’aria odorava di castrato alla brace, salsiccia e crescentina fritta. Mica male come inizio di vita.

L’ospedale in cui ho urlato per la prima volta al mondo è a circa 50 metri dal Sillaro, il torrente che la tradizione vuole come confine con la terra di Romagna. Dunque sono emiliano ma quasi romagnolo.

Castel San Pietro è sulla via Emilia, al chilometro 89 (si conta dal Ponte di Tiberio, a Rimini). E una posizione decisamente fortunata. A mezz’ora dalla grande Bologna o dalla piccola Ravenna, città meravigliosa che frequento fin dall’infanzia, quando andavo a trovare l’amatissima e indimenticabile prozia Benilde o andavo a pesca con la famiglia nel “capanno” di Arnaldo, alla Baiona. Se parto da casa, e non c’è molto traffico, in un’oretta sono già sdraiato al sole sulla spiaggia più vicina. In poco meno posso invece salire sull’Appennino e raggiungere il crinale toscano.

Vivo in un luogo di confine, ove la tavola ha preso il meglio da tutte le tradizioni limitrofe e dove la gente, più o meno, si conosce tutta. E’ uno di quei luoghi dove si cresce ballando, allevati a maiale e vino. I quattro dell’apocalisse, due rossi e due bianchi, due frizzanti due fermi: Lambrusco, Sangiovese, Albana e Pignoletto. E’ uno di quei luoghi perfetti per organizzare una festa popolare, fatta da mille volontari.

Io sono cresciuto in questa terra di incontro gastronomico fra longobardi e bizantini mangiando benissimo, forse si vede. Purtroppo, pur sapendo in qualche modo suonare il basso, non sono mai riuscito a imparare a ballare. Eppure nella mia idea di festa popolare c’è sempre una pista da ballo. Chi è nato negli anni Sessanta nella terra compresa fra Bologna e il Mare sa cosa intendo. Parlo di una colonna sonora che ci ha accompagnato fin dalla nascita. Anche quando, da adolescenti in cerca di un’identità, sfilavamo nelle feste di paese con sguardo truce e bracciale di borchie esprimendo disprezzo per quei suonatori così ben pettinati. Il nostro era un passaggio da invisibili, che finiva davanti a una piadina con salsiccia, a parlare di altezzose ragazze e di musica dura, mentre d’istinto si teneva dietro al tre quarti battendo il piede sotto il tavolo.

Oggi che le orchestre di liscio hanno abbandonato valzer e mazurke per i ritmi latini, e per orribili cose di gruppo, fra cui il ballo reggaeton, scopro che mi mancano quella musica suonata con leggerezza e quella coreografia pittoresca, fatta di lustrini e da regine del bel canto, sempre sorridenti e spesso formose, strette in vestiti dai colori accesi. Che tristezza mi fanno quei penosi karaoke o quei finti piano-bar. E ancor più le orchestre ridotte a sole due-tre persone, perché costa meno e con le basi registrate si risparmia. Non importa se il risultato è terrificante e azzera, in sole due ore di spettacolo, una grande storia musicale.

Per noi che siamo cresciuti fra Emilia e Romagna, che abbiamo respirato per decenni i sinuosi fumi delle graticole delle feste de L’Unità, che andavamo al mare a Punta Marina, Torre Pedrera o Gatteo Mare… Per noi il liscio era ambiente, era habitat. Si è sedimentato dentro, nello spazio dei nostri ricordi. Fa parte di noi come la salsedine della Riviera romagnola. Come le bandiere rosse e la banda che suonava l’Internazionale ai funerali dei nonni.

© Massimo Max Calvi – 2013

 Nella foto: la spiaggia del Bagno Bologna, a Punta Marina Terme (Ravenna) – Foto Massimo Calvi

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