Ho festeggiato i trent’anni del mio congedo dal servizio militare di leva, ossia la Naja, così si usava chiamare questo obbligo di circa un anno a cui erano chiamati tutti i cittadini italiani maschi a partire dai 19 anni di età. Un obbligo abolito nel 2004.

All’epoca ero un ventenne, da poco diplomato e patentato (nella foto sono il secondo da destra, in piedi). Trovavo doloroso separarmi dalla mia fidanzata e rinunciare a un anno di giovane vita. Come molti anche io cercai invano un modo per evitare il servizio militare ma riuscii solo ritardare la partenza di qualche mese.

Così, una sera dell’estate del 1986, salii su un treno per Napoli, con destinazione finale Maddaloni, in provincia di Caserta. Di certo non è il luogo più vicino alla mia Bologna o alla mia amata riviera romagnola. A quei tempi non c’era il Frecciarossa e occorrevano 10/12 ore di viaggio per giungere a destinazione, su vagoni affollati di gente sudata.

All’arrivo non entrai subito in caserma ma sostai a lungo in un bar fuori dai cancelli. Nell’attesa scrissi qualcosa sul taccuino che mi ero procurato per imprimere i miei pensieri di quell’anno che mi attendeva, e che ancora conservo.

Eravamo poco più che ragazzini, il servizio militare ci costringeva a uscire dalla nostra zona di comodo.

Una volta entrato alla caserma “Rispoli” di Maddaloni mi trovai in una situazione emotivamente molto difficile. Passammo ore e ore fermi, immobili, costretti a urlare presentandoci in una certa maniera per poter andare in bagno. Se sbagliavi restavi lì e ci riprovavi a oltranza, fintanto che non avevano pietà della tua vescica.

Prima di partire andai da Scarpetti, il mio barbiere, che mi tagliò i capelli cortissimi facendomi una “spazzola perfetta”, da manuale. Ma nonostante ciò fui costretto a pagare l’incapace barbiere della caserma che rovinò tutto: era un modo per umiliarci, così come gli insulti o l’interromperci continuamente il sonno nelle notti successive con le ispezioni nelle camerate.

Forse non sono grandi cose, ma eravamo poco più che ragazzini e quasi tutti noi non avevano mai lasciato la loro famiglia.

Per settantadue giorni rimasi lì, nel terribile caldo della Smica (Scuola militare di Commissariato e Amministrazione) a Maddaloni.

Pratiche fino ad allora solo immaginate

Il servizio militare in quegli oltre due mesi consistette in pratiche fisicamente impegnative. Lunghi e serrati turni di guardia, servizi di cucina passati a lavare di migliaia di piatti ed enormi pentole unte o a trasportare carriole di rifiuti organici in un bunker esposto al sole, una specie di discarica malsana e piena di roba in decomposizione, che provocava il vomito anche solo ad avvicinarsi.

E ancora, le marce sotto il sole a picco come se non ci fosse un domani, restando perfettamente allineati in una sorta di danza di precisione con gli anfibi duri e i calzini di lana grossa (che avrebbero dovuto prevenire le vesciche).

Poi le esercitazioni di tiro, in una sassaia incandescente raggiunta dopo alcune ore di camion, indossando mimetica con le maniche lunghe e tutti i bottoni chiusi e, infine, le interminabili ore di lezione sulle pratiche logistiche e amministrative, perché ero casualmente finito nel blasonato Corpo di Commissariato e Amministrazione dell’Esercito Italiano.

E poi c’era la merda di centinaia di reclute da pulire nei cessi, ogni volta che eri nominato “piantone”, cosa che succedeva assai spesso.

Noi soldati di leva del 5/86 abolimmo il nonnismo (oggi si direbbe bullismo)

Terminato quel periodo mi trasferirono al 25esimo Comando militare di zona, a Vicenza, dove l’andazzo inizialmente non cambiò molto: anche se eravamo in pochi e forse privilegiati, c’era un nonnismo esasperato. Un bullismo, si direbbe oggi, che in certi casi arrivava anche ad essere violento, non solo a parole.

Noi del “Quinto Scaglione 1986”, quando arrivammo ad avere l’anzianità necessaria, decidemmo di abolire quella pratica e lo facemmo con un gesto molto simbolico: “fare la branda” a quelli più giovani di servizio, per rendere loro più sopportabile il rientro dal premesso o dalla licenza.

Ancora oggi rivedo periodicamente i miei “frati” di Naja e, ogni volta, ci rendiamo conto che il tempo non è riuscito a cancellare l’amicizia e la solidarietà che si crearono fra noi in quei mesi. Quel 23 giugno di trent’anni fa ritirammo il nostro congedo e ci salutammo, piangendo nell’abbracciarci. Ci commuovemmo noi e si commossero anche i compagni più “spine” di noi che restavano “dentro”, a finire di assolvere il loro obbligo con la Patria.

Fare il servizio militare, nonostante la paura iniziale, mi è servito.

Per affrontare la Naja fui costretto a uscire dalla mia zona di comodo. Mi staccai dalle mie certezze di post-adolescente degli anni Ottanta per vivere in un sistema di vita totalizzante, il più delle volte assurdo, in cui dovevi imparare ad arrangiarti, ad andare d’accordo con tutti, a dormire con tutti, a lavorare con tutti, indipendentemente dalla loro istruzione e dalla loro provenienza geografica.

Da casa solo incoraggiamenti, dovevi imparare a farcela da solo

Non avevamo a disposizione computer, telefonini o smartphone e, per comunicare con casa, si usavano i telefoni pubblici o le lettere di carta, con il francobollo da leccare. Da casa, però, non potevano fare nulla per aiutarti, se non incoraggiarti o inviarti del denaro, e così dovevi imparare gestirti da solo i problemi e i magoni.

Imparavi a incassare dei “No” grandi come un carro armato

In sostanza imparavi a prenderti le tue responsabilità (una volta per una ragazzata da irresponsabile rischiai di finire rinchiuso nel carcere militare di Peschiera) e imparavi a lavorare in team. A me capitò anche la fortuna di essere promosso fino al grado di Sergente, quindi feci una bella esperienza nella gestione delle persone e dei loro programmi di lavoro.

Durate il servizio militare imparavi il rispetto per gli spazi degli altri e per l’anzianità. Ma soprattutto imparavi a ricevere dei “No” grandi come un carro armato, facendotene una ragione. Credo che l’abolizione della Naja sia stato un grosso errore e, pur non essendo un militarista, penso che una formula rinnovata della leva obbligatoria sarebbe una buona cosa, dal punto di vista educativo. Anche soli 6/9 mesi, che si potrebbero dedicare a mansioni di protezione civile o ambientale, oltre che alla formazione per la gestione di situazioni di panico (ad esempio in casi di attacco terroristici)

Io sono molto contento e orgoglioso di essere partito per la Naja, quella sera d’estate dalla stazione di Bologna. Ricordo l’abbraccio forte di mio padre, il bacio di Sonia e l’incoraggiamento di mio cugino Stefano. Quella partenza, benché sofferta, resterà sempre fra i ricordi più belli della mia vita.

Massimo Max Calvi ©2017

 

 

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