Un giorno di inizio agosto, verso il tramonto, ero in auto nel centro di Bologna. Stavo andando con mia moglie Maria Elena a bere un drink per festeggiare l’inizio delle ferie estive, giunte dopo un periodo decisamente impegnativo. Per noi celebrare anche le piccole cose ha molto significato. Eravamo diretti al parcheggio di piazza 8 Agosto quando ci siamo trovati bloccati in una strada di quelle strette, tortuose, a senso unico. Oltre le vetture dinanzi a noi si scorgeva un’ambulanza del 118, lo spazio era piccolo e quindi il mezzo si era fermato sulla carreggiata, ostruendola. I sanitari stavano soccorrendo un uomo accasciato in un’auto in sosta lungo la via.

Sono occorsi molti minuti per terminare le operazioni e durante quel tempo la fila dietro di noi si è allungata, provocando sintomi di grande impazienza. Un passante, proveniente dal luogo dell’intervento, si è intrattenuto sul marciapiede a raccontare cosa stava accadendo al conducente dell’auto davanti a me. Ecco cosa gli ha detto: “stanno aiutando uno che se le cerca, è uno di quelli con i tatuaggi…”.

Ma perché dobbiamo sempre giudicare? Quel passante di Bologna non sapeva nulla di quell’uomo e della natura del suo malore, eppure vederlo per un istante, con il braccio tatuato, supino sulla barella, gli è bastato per esprimere un giudizio. I tatuaggi sono diventati il motivo di una condanna. “Peggio per lui, se le cerca”, ha sentenziato, in sostanza quell’uomo nel cuore di una delle città che un tempo era fra le più aperte e tolleranti d’Italia. 

Molte persone non guardano dentro di sé perché hanno paura di ciò che potrebbero vedere e credono di non avere la forza di affrontarlo. Così trovano più comodo giudicare e discriminare il prossimo. Li fa sentire migliori. Non giudichiamo a nostra volta queste persone, ma aiutiamole ad essere più consapevoli e a trovare il coraggio di lavorare su loro stesse. 

Massimo Max Calvi ©2016

 

 

Commenti Facebook
Share This