Da piccolo il Natale si svolgeva in una sola stanza. Facevamo l’albero e il presepe, uno accanto all’altro, nella sala dove tutto accadeva. Oggi la chiamerebbero living. Mia madre, che era stata contadina sulla riva emiliana del Sillaro, la chiamava “Casa”. La cucina era una piccola stanza annessa a quella sala, a vista. C’erano due tende a fiori a dividere gli ambienti, ma erano sempre aperte. Oggi si direbbe “cucina a vista”, oppure open-space. Nei primi anni della mia vita c’era la stufa a legna, poi arrivò quella a cherosene, e solo dopo molti anni misero i termosifoni. Quella stanza era «La Casa». Quando mia madre aveva bisogno di me, anche se ero nella mia camera da letto,  mi chiamava dicendo: “vieni in casa”. Questione di sfumature: “in casa” era diverso da “a casa”.

Il Natale era lì, in casa. Non c’era bisogno di uscire.

Nella mia famiglia non si facevamo cenoni in quindici e la festa era tutta nel pranzo del 25. La sera della vigilia andavo a letto dopo Carosello. Il presepe restava acceso, con l’acqua che scorreva fra il muschio. L’acqua era vera, mio padre aveva costruito un sistema idraulico utilizzando una vecchia pompa da tergicristalli recuperata da qualche sfascia carrozze. Il muschio lo andavamo a prendere nel Bosco della Chiusa e sprigionava per tutto il tempo il suo odore terragno e umido. Anche l’albero era vero, un abete piantato in un vaso, odorante di resina, con un bel puntale in cima.

Sul fuoco lento il brodo di cappone mandava i suoi primi aromi. Il brodo per i tortellini, fatti a mano, ovviamente. Al centro del tavolo c’era un vassoio colmo di ravioli e di fette di scuro “panone” bolognese e anche di certosino, casomai fosse passato qualcuno per gli auguri. 

La mattina trascorreva così. Mio padre, artigiano meccanico, si vestiva da festa. Dopo gli abbracci andava al bar per un brindisi con gli amici. Mia madre, sarta ma anche operaia e casalinga, che infornava, mescolava, e pregava mentre ascoltava la messa del papa alla Tv. Nell’aria i profumi si intrecciavano e si sedimentavano per sempre nella mia memoria olfattiva.

Sono alcuni dei miei ricordi di bambino, ai quali mi affido ogni anno per cercare di rinnovare lo spirito di questa ricorrenza che ho in buona parte perduto sotto i colpi duri della vita e del tempo. Non mi è mai pesato il Natale in casa e non mi pesa nemmeno oggi, tanto più che ho la fortuna di avere un confortevole spazio e anche un bel giardino.

Ma che Natale è questo del 2020?

Forse sarà un Natale autentico. 

Saranno giorni intensi, dove spero che tutti abbiano il tempo e l’ispirazione di pensare alla loro vita, al cammino compiuto e soprattutto alle cose che contano per davvero.

Cosa voglio veramente? Qual è il senso di ciò che faccio, e della mia vita? Cosa non è andato come avrei voluto, cosa potrei fare adesso per sistemare almeno un po’ le cose?

Sono domande scomode, a cui di solito sfuggiamo per non accorgerci con disappunto che non possiamo più riavvolgere in nastro della nostra esistenza.

La vigilia di questo Natale 2020 ho visto un caro amico per gli auguri, ci siamo incontrati fuori da un bar chiuso per decreto, al freddo. Abbiamo parlato dei giorni che ci attendono, dell’anno che verrà. Del lavoro e del riposo. Della fortuna e della salute. Ci siamo riproposti di pensare un po’ a noi stessi, almeno in questi giorni di festa. Ci siamo detti di celebrare la vita che ci è stata donata e che ogni giorno diventa sempre più preziosa.

Il Natale è il trionfo della Luce sulle tenebre. Abbiamo l’occasione di fermarci, abbiamo il tempo per illuminare noi stessi e vedere le cose che, di solito, ci limitiamo a guardare. Questo Natale più che mai. 

Massimo Max Calvi ©2020

 

Foto di Jarkko Mänty da Pixabay

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